Obrèscit

Scàllan’

sa peddi

i lagrima’

de oru.

Su coru

no iscì

is peis

ammoddiant

i xinugu’

tzicchirriant

c’ammancant

i di’

po iscì.

Tandus

obrèscit

e tòrra’

su sullidu. Sciolgono

la pelle

le lacrime

d’oro.

Il cuore

non sa

i piedi

intorpidiscono

le ginocchia

scricchiolano

perchè mancano

i giorni

per sapere.

Allora

albeggia

e sale

un sospiro.

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JanaSaKoga

Prugadoriu

 

Parlando d’Autunno e di feste autunnali è quasi impossibile non andare a toccare tempi antichi e popoli semplici, quando gli uomini ormai stanziali iniziarono a creare un rapporto stabile con la terra, il cielo e le sue ciclicità. Nella stanzialità, la ricerca delle risorse passa in secondo piano all’interno della comunità e inizia a prendere avvio una visione della sopravvivenza legata alla ritualità lavorativa che assume connotazioni di sacralità. In questo senso la divisione annuale del lavoro agricolo e pastorale è scandita dai ritmi della natura per cui anche le feste saranno intese come momenti di pausa e celebrazione di una buona continuità produttiva.

Al giorno d’oggi la ricerca delle risorse è molto cambiata: la nascita di un sistema di commercio globale ha portato la proliferazione di grosse influenze culturali di tutto il pianeta. A grandi delocalizzazioni industriali corrispondono grandi contaminazioni etnologiche, questo è ormai un dato di fatto, soprattutto se consideriamo l’utilizzo massiccio del Web come sistema di comunicazione planetario nelle sue manifestazioni social.

Alla luce di questa premessa, è spontaneo analizzare alcuni fenomeni festivi massificati come emblemi di un mondo impregnato di logiche in chiave consumo/profitto, ma senza trascurare il lato emotivo-popolare sul quale si fonda.

Nel nostro caso specifico, attraverso l’ultimo approccio citato, parlare di Halloween o parlare di Prugadòriu assume una differenza sostanziale solo nella localizzazione. Il primo individuerà nel non-luogo globale moderno la sua collocazione immediata, ma uno sguardo più attento sull’etimologia del suo nome ci riporterà a un’isola a grande tradizione pastorale, qual è l’Irlanda, che ci farà collegare immediatamente i festeggiamenti al nostro isolano Prugadòriu.

Infatti entrambe le festività hanno avuto origine da quelle pause dai ritmi naturali: il mezzo autunno rappresenta il momento del rientro dei pastori a casa dalla transumanza e anche il momento della semina dei contadini.

Prima della nascita di Cristo la visione dell’esistenza aveva scarne argomentazioni da un punto di vista spirituale e le festività erano legate a una reazione istintuale agli elementi, una visione simbolica semplice e spontanea. In questa visione la simbologia del ritorno a casa del pastore e del grano che viene seppellito per rinascere, troverà una giusta collocazione attraverso la dottrina cristiana che rifunzionalizzerà tale pausa nella celebrazione di Ognissanti (Halloween è la forma contratta di All Hallow Even “vigilia di tutti i santi”) e nella Commemorazione dei Defunti (Prugadoriu, Mortu Mortu, Is Animeddas son chiari riferimenti alla dedizione dei sardi al supporto per il suffragio delle anime dei defunti).

Degna di nota è la funzione della questua ritualizzata dai bambini travestiti da esseri palesemente non appartenente a questo piano fisico. Essi incarnano per una sera l’alterità delle anime dei defunti alle quali dimostrare la propria vicinanza materiale e spirituale. Rappresentano, inoltre, simbolicamente, un sincretismo della semplicità agropastorale quando assumono sembianze spaventose con lo scopo di allontanare le anime che provano risentimento coi vivi.

Noi esseri umani moderni, figli della tecnica e della comunicazione di massa, dovremmo aborrire entrambe le visioni perchè affatto razionali, ma superstiziose. Invece, le dinamiche della festa e della comunità, soprattutto quando cristiana, si affrancano dall’etichetta e puntano all’anima.

Prugadòriu è stasi a tutti i livelli, ma è una stasi che trasforma e che purifica e permette la resurrezione. Cosi il grano e così la pecora nella loro ciclicità che nutre e sostiene.

Così l’umano perchè così Cristo.

 

P.S. Non sono in ritardo, quest’anno ero in perfetta sincronia con Prugadoriu. Sopra riporto un mio intervento in occasione di questi festeggiamenti.

A is animas!

Jana

 

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Ombrosu

L’Autunno è arrivato stabilmente, carico di frizzante aria, profumi intensi e cieli particolarmente attraenti e fascinosi. Come ogni autunno che si rispetti da quando son uscita a zonzo su questa terra, trasogno beatamente in questo mondo chiaroscuro e denso che riveste aderentemente ogni strato percettivo del mio essere. Lo stato di coscienza crepuscolare mi accompagna elegantemente, come fosse un elegante cavaliere medievale al centro di una grande sala in una danza di corde e flauti.

Ma è nella nera notte che la dolcezza della penombra interiore si fa più intensa portandomi in luoghi onirici reali.

Fosse un vino sarebbe Buio: gusto epico, sapore glorioso.

 

 

Manu tèndia

coru tentu

lugòri a is orus.

Luna in manus

follas siccas.

Siccàda sa luxi

pibioni ammurau

venas ligoràdas.

Entu estu sullat

ca in pittùrras artziat.

Ogus cara a cara.

Tremi tremi

s’arregòdu.

 

Mano tesa

cuore stretto

chiarore agli orli.

Stretto al cuore

luna tra le mani

foglie secche.

Seccata la luce

grumo viola

vene livide.

Vento da est soffia

nel petto sale.

Occhi faccia a faccia.

Trema trema

il ricordo.

 

Jana Sa Koga

 

 

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Fuoco dal cielo+fuoco nella terra=riso sardonico.

Popolo della terra, salute a voi!

Vengo in pace dal pianeta Marte, me l’ha detto l’unicef che devo dire così e soprattutto so che la mia pelle verde va di moda!

Sarcasmo a parte, lungi dai miei alter ego poetici scrivere ancora la loro fantacyberparistoria, volevo parlarvi di quanto mi piace ridermela ultimamente.

Me la rido di gusto perché in Sardegna dicono che non ci sia la mafia e poi abbiamo un’ente della gestione dell’acqua che..cazzboh.

Me la rido perché Selfini, il celta imbruttito, manda notizie a noi alieni Srd di questo tipo: “il Senato della Repubblica ha preso atto della deliberazione con la quale il gruppo parlamentare Lega-Salvini Premier ha modificato la propria denominazione aggiungendo, appunto, la dicitura Partito Sardo d’Azione.”(cit. Ugnione 31 Luglio ocannu) , però non ci viene neanche a fare campagna elettorale da noi, tanto quei 4 gatti e 8 pecore son come i Nuraghi: di lì non si spostano (imperdaus in francese).

Me la rido perché, poi, quando il governo dal colore della stoppia di Maggio, ha strampato a terra che neanche i Buoi di Sant’Efisio di quest’anno, le cui onomatopee di riferimento ricordano molto uno splash interruptus, il nostro ben piazzato governatore si sollevava la berritta a guardare male i vassalli padani al grido di “maccheccatz, me l’avevate promesso!”. Meno male che con pacche sulle spalle ha sollevato il morale ai deputati che volevano mettere le natiche nella verde e nostrana salamoia pubblica. Io ero molto preoccupata che non si facessero le vacanze, povere creature! Mica stavo pensando ai soldi che ci devono..da buona sarda ho pensato che l’importante fosse non dovere io a nessuno! Che lo Stato Italiano mi deve abbassare la faccia quando mi vede perché “La ca tui mi depis!”.

Me la rido perché il succitato Celta, mentre faceva le sue dichiarazioni sulla sfiducia in parlamento aveva in sovrimpressione la scritta “psd’az” bella nera e tirata a lucido come fosse stata sbaciucciata con passione dal medesimo (eeeess, manco fosse un santo rosario!).

Me la rido perché dopo che il sempre onnipresente Celta suddetto ha cavalcato l’onda di latte buttato piazzandosi allegramente i suoi due vassalli in consiglio regionale, ha subito fatto punire i pastori troppo esuberanti per blocco stradale. Siccome lo chiamano Romano, ma è sardo il pecorino (cit. Mungo contento) in preda alla matacui c’è stata una nuova improvvisa epidemia di macchine esplosive. Brutta malattia quella, i più a rischio di contagio son le istituzioni di vario livello. Vaccinenziagite!

Me la rido anche per gli incendi che quest’anno sono in netto calo nell’isola, ma dall’anno scorso (per ridere ho dovuto mangiarmi molte lumache alluadas) sono raddoppiati nel numero. Cosa sarà? Autocombustione? Sant’Incendiu prega po nosu e po sa Siberia (ah no, s’Amatzonia) intrea!

Me la rido perché è uscito un articolo sull’Ugnione che azzannava così forte l’Accademia sarda da paventare un’apocalisse zombie, ma che nessuno ha cagato di striscio tranne qualche Quattromoro, Capovolto, Bronzetto,Gigante di Monti Prama, Janas e Kogas estemporanei. Ma già arrivano gli Angela dal cielo che vi divulgano tutti a scoppio consecutivamente! (cit. Potubecciu)

Me la rido perché sulle coste i giovani fanno gli splendidi cremini fior di lardo sciolti al vento africano, ma si leccano le lacrime del disagio dell’orda cannibale turistica de luxe. Ma il problema è il tronista tutto chiacchiere e social net che osa parlar male del fiero e sacro popolo sardo! Meno male che ci difende la tizia dal cognome sardo quanto su casu mratzu all’ananas, ma che ne sa a bomba perché è influencer super top up mega follower inside forever the best in the world. (Minca a boso! Cit. Paràda de sa festa de mesaustu in bidda)

Me la rido perché tutti a naso per aria a guardare la meteora che ha illuminato il cielo nella notte del dopo mezzagosto, ma nessuno a sentire un inquietante brivido nella schiena preRagnarok. Ma soprattutto: Guardare il cielo di giorno quando sfrecciano gli uccelli di ferro della NATO? E notare la differenza tra le nuvole vere e le imitazioni? A su sardu d’intrat in culu e in conca nono (cit.) Milla mì la complottara sibaritica catafratta turbostrega post annu doxi!

Me la rido perché son tutti in ansia per la nube tossica dell’intoppo in Kulonia Arkangelica di Putin e nessuno (tranne te, Pili-il Putin Sardo) a scandalizzarsi del fatto che abbiamo il santissimo ano sardo imbottito di merda esplosiva degli amerikanos (a balla chi bos bokene, amen), ma in effetti se abbiamo tutti lo stesso cognome, eh cazzboh!

Me la rido perché ridere è come piangere e noi, che ci piaccia o meno, passiamo sulla terra leggeri come l’acqua di un torrente antico. Tra un ballu tundu, una murra, una canzone d’amore e una di guerra, vino buono, abbardente e la luna che Zucca ci ha regalato grazie all’intercessione di Benedetto Urgu I di Barbagia, inneggiamo all’Antica Filosofia del Chisicoddinti.

Con grezzitudine profonda e biddunculismo espansivo

SaKoga

P.S. Ma quant’è bello il cielo sul finire di questa calda e pazza estate?

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C’era un’altra volta..

..in un piccolo grande pianeta sulla cintura di Orione, un giovanissima e grande Demone con la pelle blu elettrico e gli occhi color della mora del gelso. Non è facile definire la cronologia della sua esistenza, in quel pianeta e in tutti i pianeti che rientravano sotto la gestione della Federazione Galattica della Luce il tempo non poteva scorrere perchè tecnicamente non esisteva. Non poteva certamente esistere secondo dinamiche tipiche di pianeti appena evoluti come Gaja, ma esisteva nel senso più consapevole del termine.

La nostra giovanissima Demone, in questo senso, poteva avere qualche millennio, qualche ora o un’età definibile in eoni. Se volessimo definirla in un’era, sarebbe l’era intermedia tra l’albero e la pietra: l’era dell’Albero di Pietra.

Cercando di definire i contorni della sua identità cercheremo di empatizzarci con essa raccontando la sua storia.

Nacque al principio del Ritorno del Buio mentre tra i Pianeti della Federazione imperversava la Tempesta delle due Razze. La Federazione Galattica si decise a difendere le Pleiadi totalmente felinoide contrastando Orione e i suoi oscuri rettiloidi. Il pianeta nel quale ci troviamo non si schierò mai col potere Orionico perchè, nonostante fossero di razza rettiloide, gli abitanti si erano evoluti al passo col loro pianeta raggiungendo gran parte dei principi armonici necessari a far parte della Federazione. Alnilam, la stella centrale della cintura aveva lavorato sodo per essere al passo con il cosmo e così i suoi abitanti che non avevano risentimento alcuno nell’essere chiamati Demoni, fieri della loro origine e discendenza, ma soprattutto del compito svolto.  In essa convivevano specie tra le più svariate: clan Croco e Alliga, clan Tetzudo e Tartudo, clan Trito e Salaman, clan Anuri e Amati, i più antichi e saggi e membri del Consiglio Stellare decisero di ridurre ai minimi termini i contatti con le altre due stelle della Cintura, abitate e governate da Dinoidi, Sauroidi e Ofidoidi.

In questo contesto nasce Sakoga, figlia dell’incontro fortuito tra sua madre Almak, figlia di Erkis, figlio di Sobku del Clan Croco e suo padre Ingus, figlio di Masu, figlio di Nankas del Clan Corgen del pianeta Iova della Federazione pleiadiana.  Fu Ingus a scegliere il nome perchè così lo chiamavano su Dryope i suoi fratelli di viaggio che nella sfumatura Ioviano-pleiadiana significava “Lo spazio protetto dell’autorevolezza della parola” riassumendo la sua grande capacità nell’utilizzo dei suoni per modificare la realtà in ogni frangente, anche in quelli più pericolosi. Almak adorava quel nome e sperava che la creatura che l’avrebbe succeduta lo ereditasse perchè la sfaccettatura di significato per il suo popolo era molto onorevole. “Ciò che apre tutte le porte della padronanza sul corpo fisico” era un significato ambizioso, quasi presuntuoso ma sicuramente ben metteva in risalto il grande lavoro evolutivo delle Stirpi di Alnilam.

Sakoga nasce durante il buio, di nascosto, mentre tuona la Tempesta Razziale. Unica luce la sua, violetto iridiscente e la levatrice intergalattica Znaeva si compiace dell’aver assistito alla sua nascita profetizzando peripezie e mettendo tutti in guardia sulla manifestazione di creature di razze ibride: Sakoga, l’androgino mezzo rettile e mezzo felino, incarnava in sè le contraddizioni della Tempesta e la necessità del Combattimento. Gli InfraMondi e gli UltraMondi sussultarono senza clamore.

Inizia una nuova Era.

 

(continua..)

C’era una volta..

.. in un’isola benedetta dal piccolo mare calmo, nella superficie del pianeta Gaja, circa tredicimila anni fa, una piccola e giovane sacerdotessa. Era piccola ma non di cuore, infatti la sua statura era di soli tre metri che per quell’epoca e per quei luoghi era appena accettabile per gli alti ranghi. Era giovane ma non per saggezza, infatti aveva una tenera età di soli settemila anni, appena accettabili dai Grandi Saggi per poter essere definita sacerdotessa. Anche questo termine è improprio, poichè all’epoca ,in Atlantide, benchè molti antichi costumi si fossero già persi, ancora tutto era considerato sacro. Sacerdotessa era quindi una sorta di titolo nobiliare ricevuto spesso alla nascita per diritto d’origine cosmico-familiare o raramente durante la vita, per diritto acquisito come Onorificenza speciale. Esso riguardava, in breve, la possibilità di accedere alle cerchie più interne del Labirinto Atlantideo e in base all’appellativo sacerdotale gestirne un settore o collaborare con esso. Al centro risiedevano i sette Grandi Saggi, ultimi baluardi dell’antica sapienza, inviata su Gaja in occasione della sua evoluzione in Pianeta. Essi erano l’ultima sopravvivenza degli incroci con la prima razza progenitrice di tutti gli esseri viventi esistenti su mamma Gaja. Alla stregua di Dèi , dopo la caduta di Lemuria e la decisione di gran parte degli esponenti delle antiche razze di creare un nuovo mondo all’interno del pianeta, furono protetti fra le griglie di un sistema energetico labirintico-settenario chiamato Jana.

Fu proprio questo il nome che la madre della giovanissima sacerdotessa scelse per lei alla sua nascita e fu grande la polemica nella regione interna del Sarkidu per la scelta tracotante di tale nome. In tutti i villaggi correva la voce che lei potesse essere la prescelta.

Atlantide viveva un momento di crisi e il popolo iniziava a dividersi nuovamente in due: non più maschio e femmina nel fisico, come accadde ai Lemuriani, ma maschio e femmina nell’intento. La scelta di affidare la gestione di ogni aspetto della manifestazione umana nel pianeta al genere femminile iniziava a rivelare le sue contraddizioni e il genere maschile iniziava a risentirne, soprattutto i più giovani, soprattutto gli eredi delle razze iperboree. Tale stirpe, spinta dal saldo fuoco delle proprie poderose origini, si moltiplicava solidamente e viveva energicamente un’esistenza spesso difficile da sopportare. Giungevano ormai fin troppo frequentemente notizie dal nord dell’isola di tafferugli e situazioni sanguigne in occasioni di riti e commemorazioni, peraltro mai autorizzati dal Labirinto. Nell’ultimo millennio iniziavano a formarsi sempre più distintamente due isole nell’isola maggiore: HTLTNT diventava chiaramente HTL-TNT. In questo processo esistenziale, la regione più colpita risultava inequivocabilmente essere SRKD poichè riassumeva in sè le caratteristiche di ogni stirpe presente sull’isola attraverso connubi armonici e liete manifestazioni divine. Ogni contatto di ogni famiglia-clan SRKD con le regioni equivalenti al proprio lignaggio erano sempre più basate sul ricatto genetico e sulla minaccia. Il Labirinto ignorava le continue lamentele da qualunque parte arrivassero e le Sacerdotesse, soprattutto quelle più anziane cresciute nell’unità fisica lemuriana, vivevano soli e lune faticose e frustranti.

Jana nasce la settima alba della settima grande luna del diciasettesimo anno labirintico nel centro esatto dell’esatta centrale regione del Sarkidu. Figlia di Itzia , figlia di Galne, figlia di Asifia della stirpe Desamura, arriva sulla terra Srkd in un contesto tanto vantaggioso quanto delicato. Figlia di Iteru, figlia di Cranfu, figlia di Tonkiu della stirpe venusiale Semel, interrompe i rapporti con la stella del mattino molto presto a causa di un provvedimento labirintico che impone una formazione prettamente femminile per le caste più alte.

Cresceva forte e calma, fioriva e scorreva soavemente ma con cadenza argentina e veniva chiamata da tutti Nanaj. Infatti, a causa della legge d’Attrazione, il suo vero nome, quel preciso suono, avrebbe attivato i sistemi d’allerta della griglia labirintica ragion per cui era un nome impronunciabile ma solo comunicabile attraverso scrittura o telepatia. Proprio in questo modo, Iterus ricevette la notizia della nascita di sua figlia sotto l’Albero del Pensiero di Orgonia. Ella nasceva lì, in modo che il padre potesse assistere telepaticamente alla nascita, uno stratagemma geniale per poter ingannare la legge dell’Esclusività femminile che imponeva la non presenza maschile ai riti di passaggio degli esseri umani.

Itzia era una sacerdotessa di una saggezza infinita, figlia di generazioni di illustri e venerate sacerdotesse del Segreto che imponeva a quella stirpe ancora più sobrietà e riserbo di quanto potesse essere accettabile a tutta la casta. Essendo figlia di Promitzo, figlia di Amatzo, figlia di Otzio marziali ebbe possibilità di imparare le arti della guerra che tramandò a sua figlia con tanta durezza quanta precisione.

Vlarea era la sorella venusiana di Nanaj e con lei crebbe e imparò le antiche arti amorose riadattate a questo mondo dal genere duale. Al suo settimo millennio, la nostra protagonista, contava i soli e le lune, le albe e i tramonti che la separavano dalla cerimonia del Sigillo che le avrebbe conferito il titolo di Mamaj e quindi consentito diventare sacerdotessa a tutti gli effetti. L’unico grande dilemma, più per il popolo che per lei in verità, riguardava la scelta intenzionale: Sarebbe diventata Mamaj del Segreto? Mamaj del Buon Combattimento? Mamaj della Vita? Mamaj del Sogno? Mamaj dell’Albero? Mamaj della Trasformazione?

Sicuramente nessuno avrebbe mai pensato a Mamaj Maista, incarico ormai dimenticato da svariati millenni, incarico che richiedeva competenze energetiche precise, di grande qualità e quantità.

Tutti aspettavano con impazienza l’esisto della Domanda di Nanaj all’acqua sacra della Fonte dell’Anima che proveniva direttamente dalla Terra Interna e dalle Antiche Civiltà. La prima parte della cerimonia consisteva nell’entrare nella struttura della fonte e porre la domanda d’intenti pronunciando il proprio Nome. Tutti aspettavano di vedere la manifestazione d’allarme del Labirinto.

Tutti: Nord e Sud dell’isola, Venusiali e Marziali, Razze Antiche sopra e sotto, Razze Nuove vicine e lontane, Femmine e Maschi di tutta Atlantide. Giovani e vecchi, giovani vecchi e vecchi giovani. Gatti e Rettili. Tutta la Dualità gajana era in trepidazione!

(continua…)

L’Onda anomala sarda. La pre-primavera post indulto avernale.

Un titolo nato improvvisamente, tanto spontaneo da far tremare specialisti della psiche, esorcisti e new agers tutti d’un botto, che sintonizza immediatamente un lettore consapevole su questo inizio di Marzo pazzerello. Mi è arrivato fulmineo mentre guardavo un cielo sereno illuminato da un sole timido che inizia ad adagiarsi nel suo penetrante sguardo. Come in alto qualche sbavatura di scie chimiche così in basso strade infogliate da chi, questo fine settimana, ha potato gli alberi ancora assopiti.

Spronata da questa luminosità e da quel pizzico di giocoleria di giullari, saltimbanchi, trovatori e trampolieri mangiafuoco del mio medioevo interiore, oso dire:

Oh NO! Abbiamo un presidente della regione indipendentista, quanto dolore per me che invece sono indipendentista!

Devo ammettere che sono anche quasi tentata di aggiungerci un po’ di pianto denso, grumi di Atitus di spessore e sentimento che attirino l’attenzione in tutto il nuovo ordine mondiale d’occidente. Prefiche di fiumi di purezza versati da bidoni d’acciaio che tristemente scorrono sopra serpenti di asfalto scuro. Lacrime di sudore, ma soprattutto essenza di sangue di madre.

Sale l’enfasi di un saltarello videografico caratterizzato da scroscii d’albedo su nigredo in un’ascendente litania di solve et coagula da far arrossire qualsivoglia vitriol giunto sinora. Una scalata impetuosa a pugno duro e mano tesa..a palmo verso l’alto. Mirade chi sas aeras Minettana temporale.

Ho annunciato il tremito della triade in apertura, ma non posso non restar basita davanti a tale orda di entusiasmo e d’energia. Anche nel privato ognuno di noi ha vissuto orde barbare di lezioni non apprese a fondo e quel gusto di mestizia caramellata che anticipa un cambiamento profondo.

Siccome sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e all’industriale e son tutti tristi se noi piangiam, allora mi sembra giusto, in previsione del suddetto temporale, ricordare che la vita, la vita l’è bela e che basta avere l’umbrela che ti para la testa!

Ma io, forse perché son sarda mai uscita dall’isola per più di una luna o perché son figlia dell’era dei videogiochi ammazza zombie, son sospettosa sulle promesse di riparo in periodo elettorale. Sicuramente, per me, non esiste nulla di più ingestibile del celta imbruttito o del nuragico offeso e certamente, è un binomio che non mi aspettavo portasse a qualche risultato eclatante.

Devo ammettere di essermi sbagliata perché in fin dei conti abbiamo un presidente che è a sua volta Segretario Nazionale di un partito il cui sito web sventola trionfante:

“Il Partidu Sardu – Partito Sardo d’Azione è la libera associazione di coloro che si propongono, attraverso l’azione politica, di affermare la sovranità del Popolo sardo sul proprio territorio, e di condurre la Nazione Sarda all’indipendenza”.                (Art. 1 dello Statuto del Partito Sardo d’Azione)

Quindi non è vero che abbiamo un presidente entrante autonomista come dice la propaganda italianista ufficiale isolana e d’oltre mare ma abbiamo un presidente indipendentista per definizione da statuto del suo partito. L’onda identitaria sarda esiste.

Tra loro si chiamano Sardisti?! Non posso negare che l’accezione negativa del suffisso -ismo sia radicata in me e che senta sempre quel retrogusto degenerativo nei termini che lo contengono, ma è anche vero che è un suffisso che in primis indica movimento e destinazione. Mi piace sempre guardare se qualcosa da trincare c’è davvero in un bicchiere, la quantità non è importante perché anche se fosse vuoto troverei il modo di riempirlo. Non ottimismo nè pessimismo ma determinazione.

Quest’onda identitaria, già evidente negli ultimi 15 anni, è una risposta alla globalizzazione e al sistema dell’omologazione. Non può sopravvivere un’unica cultura al manifestarsi di tante culture quanti popoli nel mondo, nonostante quest’unica cultura possa essere il risultato di vari sincretismi culturali o integrazioni. E’ indubbia la dinamica di egemonia/subalternità per la questione culturale solo se si legge in termini economocentrici-liberalcentrici. Indubbiamente non può sopravvivere senza che prima siano evidenti tutti quei fenomeni di radicamento dell’identità. Per me le ultime elezioni sarde son l’esempio di tutto ciò.

Gli indipendentisti puristi, intellettuali, pragmatici e da combattimento si mangiano le mani per le percentuali dei loro partiti, ma se facciamo bene i conti, le liste sarde di nome, indipendentiste o autonomiste, hanno preso in toto più del 25% , alla faccia del celta imbruttito, dell’intellettuale dalla pancia più gonfia della bocca e dei leoni da tastiera in movimento, ma soprattutto alla faccia del pecorino romano made in italy.

Infatti mi stavo quasi per dimenticare di ricordare: Noi sardi siamo talmente ancestrali e attaccati alle antiche vestigia che, memori del meraviglioso periodo in cui eravamo “provincia ad metalla” e dispensa frumentifera del glorioso impero romano, siamo stati ben lieti di far definire romano anche il prodotto finito della nostra pseudofiliera dell’allevamento ovino.

Non so quando questo tsunami di latte, sangue e fango smetterà di sommergere i nostri nuraghi culturali, ma so per certo di trovarmi nella parte sicura dell’isola almeno finchè il pensiero unico punta il dito sulle coste. Vedremo, poi, se questo governo sardo, il cui presidente è stato, senza troppo torto, definito leghista e per il quale non ho votato, si dimostrerà essere ospitone.. (ops, lapsus) ..ospitale o si dimostrerà essere sovrano nella sua terra.

Intanto riscaldiamo le ossa al sole e inspiriamo il profumo della terra che rinasce cercando di connetterci con la vita, abbiamo ancora un po’ di tempo fino all’arrivo del 5g, un po’ meno fino all’estate.

Con riso unbè sardonico

SaKoga§

 

Ps. Oh Chrì, non vedo l’ora di vederti tutto trassato e lucido il giorno dell’insediamento. Mi raccomando bellino bellino mì, che per andare a Casteddu bisogna bardarsi altrimenti ti porta via il mare. La laurea già te la sei approntata e allora Fortza Paris!