Legno Occulto.

Oltre i canonici quattro elementi ormai famosi, ne esiste un altro che personalmente amo particolarmente perché tocca le corde più profonde della mia identità nel senso più ampio del termine. Questo elemento è il legno e mi piace considerarlo come la sintesi per eccellenza degli altri quattro in tutte le loro sfaccettature. E’ interessante analizzare l’elemento legno in chiave sincretica e in funzione di raccolta di memoria continuativa, ma anche in chiave di occultamento, cioè in funzione di protezione di conoscenze antiche che solo l’iniziato puro può assumere in sé, sia col legno in correlazione agli altri elementi che col legno sradicato dall’armonia vitale.

Emblema del legno è l’albero, le sue radici penetrano nella terra crescendo alla ricerca dell’acqua che attraverso il fusto nutrono le foglie che a loro volta ricevono il fuoco del sole permettendo la trasmutazione nel nutrimento assoluto qual è l’aria. Ovviamente in questo contesto parliamo di legno vivo, ma che esattamente come la carne per animali ed esseri umani porta in sé il valore intrinseco dell’esistenza. Nel suo caso specifico basta aggiungere il suono vibrante alveolare Erre per individuare con immediatezza la sua funzione nel sistema planetario: Resistenza.

Parrebbe quasi che questa sottigliezza possa essere irrilevante ma la lettera R è ben poco trascurabile, soprattutto in ambito mediterraneo. Infatti:

La lettera “R” è la diciassettesima dell’alfabeto latino, l’origine deriva dal nome “resch” dell’alfabeto fenicio che significa testa; “resch” veniva usato anche nell’alfabeto ebraico con lo stesso significato, ma con l’eccezione anche di “promontorio”. Prima di arrivare a noi, la lettera “R” è passata per la Grecia, sotto il nome di “rho”. Come ogni lettera, anche questa, nei vari ambiti assume diversi significati;
– nella tradizione occultista, questa lettera viene associata alla rappresentazione geroglifica dell’occhio di Horus;
– nella cabala la parola “resch” si trasforma in “resh” e viene collocata fra le sette lettere doppie, e cioè con doppia pronuncia, forte e debole = rigore e dolcezza. Questo simbolo viene riconosciuto come segno di pace, inoltre, in quanto segnacolo,che come tutte le altre lettere, secondo i cabalistici, era stato fuso dal Signore con “kether”, la prima sephirot, si attribuisce alla sua pregnanza una doppia azione, una nel macrocosmo e una nel microcosmo. Si dice che l’azione “kether+resh” formò Saturno, nell’universo e la narice sinistra;
– nell’alfabeto runico, la lettera “R” corrisponde alla runa “Raido” che significa “viaggio”, collegata simbolicamente anche alla “ruota del carro solare”;
– in ambito astrologico la lettera “R” corrisponderebbe al segno della Bilancia che a sua volte include la runa “kenaz= fiaccola”.

Quindi considerando la forza vibratoria di tale suono, il suo ruolo pianoforte come in cielo così in terra, il suo stato di marcia solare permanente e la sua essenza di guida interiore, è molto facile pensare all’albero e all’importanza della sua razza sul pianeta. Ma d’altronde: che suono rievochiamo nella nostra mente visualizzandoli?

In questo preciso periodo storico, ma purtroppo sin dal medioevo, si usa abitualmente dare per scontato la presenza della razza arborea sul globo. Essa è considerata inferiore persino agli animali tanto da permettere la tracotanza di tanti insiemi umani nel porsi nei loro confronti con un piglio di salvatori del mondo quando propagandano di cibarsi dei primi per favorire il proliferare dei secondi. Il tutto secondo la legge: Se non ha occhi e bocca può essere cibo. Il mondo vegetale non suscita alcuna empatia nella stragrande maggioranza della popolazione umana se non per qualche sporadico tentativo d’approccio nei loro confronti. Tendenzialmente o li si coltiva a scopo di nutrimento o li si raccoglie allo stato brado con vari scopi o in preda alle visioni mistiche li si abbraccia per rinfrancarsi lo spirito.

Se imparassero a utilizzare il nostro linguaggio temo proprio che sentenzierebbero senza remore i nostri pessimi costumi di comportamento associativo ma anche per quelli dissociativi sarebbero parecchio perentori.

I vegetali, gli alberi nello specifico, sono gli esseri più longevi e resistenti del pianeta terra. Finora hanno dimostrato capacità e peculiarità che nessun altro essere organico vivente è probabilmente ancora riuscito a raggiungere. A tal proposito consiglio di leggere gli studi del Prof. Stefano Mancuso che di questa mia convinzione è riuscito a farne una disciplina scientifica formulando la tesi molto ben argomentata dell’intelligenza delle piante.

Essi sono memoria istantanea e universale.

Quest’ultima affermazione era molto ben radicata nel mondo antico e gli alberi venivano tendenzialmente considerati i guardiani della natura e la mitologia su di loro si intrecciava in modo fisiologico con quella di grandi Dèi e Dee sin dall’alba dei tempi.

Analizziamo quindi per sommi capi un po’ di simbolismo assiale e ligneo dell’albero. Innanzitutto per simbolismo si intendano le connotazioni basate sulle corrispondenze che esistono tra i diversi ordini della realtà e in questo contesto si intenda corrispondenze analogiche. In questo senso l’albero sarebbe facilmente assimilabile alla croce sia nella forma che nella sostanza: entrambi son costituiti da legno e la linea verticale raffigura il tronco i cui rami sono rappresentati dalla linea orizzontale. L’albero/croce si erge al Centro del Mondo ovvero al centro di quella sfera in cui si sviluppa un certo stato di esistenza qual è lo stato umano terrestre. L’analogia sta nell’immagine rovesciata per riflesso ” ciò che è in alto si riflette in senso inverso con ciò che è in basso” ma aggiungerei anche il viceversa.

A vedere la struttura della simbologia assiale è quasi scontato finire nel centro del mediterraneo fin sull’Atlante che ha così tanta assonanza con Atlantide. Infatti andando a dare uno sguardo alla lettera Yaz dell’alfabeto Berbero la somiglianza con tale simbologia è eclatante quanto quella della bandiera della Cabilia con uno specifico petroglifo sardo e un tipico copricapo Dogon.

In questa rappresentazione geometrica possiamo accostare tale simbologia all’asse del mondo ma la doppia triplicità dei rami e delle radici richiama anche quella delle due estremità del vajra.

Vajra è un termine sanscrito che significa sia fulmine che diamante oltre che un oggetto simbolico che lo rappresenta nell’Induismo e nel Buddhismo tibetano, soprattutto nei rituali tantrici. Nella mitologia induista il vajra, che rappresenta il fenomeno naturale del fulmine, viene impugnato come arma da Indra, Re degli dei, in modo del tutto simile a Zeus, il Padre degli dei nella mitologia greca. Il vajra rappresenta l’indistruttibilità, e in quanto l’arma più potente, ha la qualità di non poter essere usato in modo inappropriato e ha la proprietà di tornare sempre a chi lo impugna. Restando nella categoria fulmine e potenza è sicuramente interessante il parallelismo con Tor figlio di Odino della mitologia norrena. Il suo martello Mjollnir ha significato simbolico, teologico o teorico-sapienziale, comparabile a quello del Vajra vedico e simboli simili, tra cui la svastica, come testimoniato dal fatto che in vari contesti ed epoche venisse rappresentato anche come croce uncinata. Esso rappresenta dunque la struttura fondamentale della realtà nella sua scaturigine dal principio divino originante, un significato che è anche quello dell’Yggdrasill o dell’Irminsul, albero del cosmo.

A questo punto è istintivo, per chi come me ama ricercare vie più controverse e meno acclamate dalla folla, fare un collegamento con le ipotesi di lavoro di Sergio Frau e Felice Vinci. Partendo da Sergio Frau con i suoi libri Le Colonne d’Ercole. Un’inchiesta. , Atlantikà. Sardegna, Isola Mito e Omphalos. Il primo centro del mondo posso dire con franchezza di aver trovato molto affascinante l’idea che a un certo momento della storia del pianeta il centro del mondo potesse essere in Sardegna e precisamente nel 40esimo parallelo nord a Sorgono, centro geografico dell’isola. Mentre nei libri di Felice Vinci Omero nel Baltico e I misteri della civiltà megalitica Storie della preistoria del mondo ho trovato interessante le correlazioni strutturali di una cultura megalitica e globalizzata ante litteram che l’autore è riuscito a evidenziare e che ben si collegano a molte argomentazioni anche dello stesso Frau.

-Ma Jana, che c’entra con gli alberi?- direte voi!

Gli alberi c’entrano sempre. Infatti il centro dell’isola è molto ben popolato di questa cultura planetaria e potremmo riconoscerle uno Stato Indipendente nel suo essere Nazione seguendo le leggi ben argomentate da Stefano Mancuso nel suo libro La nazione delle piante. Infatti proprio in tutta quella fascia che comprende in modo anche più ampio proprio il 40esimo parallelo, molto enfatizzato da Frau, brulicano una miriade di etnie arboree che si son molto ben armonizzate col territorio rendendo questa zona dell’isola tanto liminale quanto affascinante e misteriosa. Tutto ciò è dimostrabile da una breve ricerca web sugli alberi monumentali dell’isola che dimostra una presenza forte e antica nonostante millenni di incursioni esterne, nonostante secolare presenza dei Savoia e nonostante il rapporto controverso con l’elemento Fuoco che è incatenato come Prometeo sulla roccia in quello che gli antropologi amano definire tempo qualitativo.

Cosa rappresenta per l’identità sarda l’albero?

In base alla mia analisi, che è un’umile visione dal basso con un pizzico di presunzione partecipante, il rapporto tra abitante della terra SaRDa e Popolo Arboreo è un’intesa profonda, antica e sanguigna che attraversa tanto le ere quanto le derive genetiche.

Partendo dal tanto caro labirinto a sette cerchi di Luzzanas, passando dall’albero deradicato del Giudicato di Arbaree per finire con i Quattro mori pare proprio che la storia del popolo e della terra sarda siano canalizzati dalla presenza del popolo verde.

Labirinto Domus de Janas di Luzzanas Benetutti

Il labirinto è un percorso iniziatico, è il filo che bisogna seguire per immergersi nella propria oscurità sotterranea. Ma potrebbe anche essere un albero visto di sezione.

Stilizzazione dell’Albero deradicato della bandiera del Giudicato d’Arborea

E’ interessante notare come dal labirinto si possa estrapolare questo simbolo. La sensazione che ho provato nel maturare questa idea è che ci fosse un significato iniziatico nella sua comprensione. Questo simbolo fu universalmente riconosciuto da tutti i sardi durante la battaglia di Sanluri, Sa Batalla del 30 Giugno 1409, episodio catastrofico che segnò la fine dell’indipendenza del popolo sardo a favore dei catalono-aragonesi. E’ possibile che in quella battaglia sventolassero i 4 mori in contrapposizione all’Albero degli Arborea, una bandiera presumibilmente suggerita dai processi innescati da Bonifacio VIII e dalla bolla del 5 aprile del 1297 “Ad honorem Dei onnipotenti Patris“, creando un fantomatico “Regnum Sardiniae et Corsicae” e lo trasformava in un feudo da assegnare al re Giacomo II d’Aragona, in cambio di un consistente censo feudale annuo. Vi è anche un’altra teoria, quella di Leonardo Melis nel cui libro Shardana I principi di Dan analizza proprio questi passaggi simbolici sottolineando l’importanza della presenza dei Cavalieri Templari sin dalla nascita dei Giudicati soprattutto alla luce della presenza di simboli come l’Albero Sradicato attestato da più fonti come simbolo d’uso riconosciuto nell’Ordine e del Simbolo della Testa di Moro con benda come già attestato al Primo Gran Maestro Ugo de Payns.

Simbolo dei Quattro mori stilizzato

In questo passaggio è necessario sottolineare anche un altro aspetto ovvero che l’immagine, che qui sopra indica l’emblema dei 4 mori stilizzata, è anche la base geometrica dalla quale partire per costruire un labirinto unicursale a sette cerchi tornando, in questo modo, al simbolo più antico finora analizzato.

Costruzione labirinto unicursale a sette cerchi con entrata a sinistra.

Ovviamente la direzione della curva iniziale stabilirà l’orientamento dell’apertura: verso destra apertura a sinistra e verso sinistra apertura a destra. A questo punto è immediato il collegamento con la funzione neurologica della dicotomia cerebrale. Il cervello destro dell’essere umano regola la parte sinistra del corpo e viceversa.

Questi simboli potrebbero racchiudere significati profondi di antiche conoscenze delle potenzialità del corpo umano?

Analizzando la questione col focus della Geometria sacra è sicuramente molto interessante citare le tesi di lavoro di Drunvalo Melchizedek nel libro L’antico segreto del Fiore della Vita Prima Parte nel quale l’autore parlando di labirinti riporta l’idea dello scrittore Richard Feather Anderson che ha scoperto che lasciando camminare le persone nel labirinto situato sull’isola di Avalon in Inghilterra essi si ritrovano obbligati a procedere su diversi stati di coscienza man mano che si penetra sino all’interno del labirinto. Il ritmo di tale processo se analizzato sulla base dei chakra produrrebbe uno schema che riportato e contornato creerebbe una coppa.

Coppa creata dalla sequenza energetica del labirinto.

E’ probabile che l’antica simbologia custodisca in sé antichi tesori e che esistano delle strutture sociali nascoste, a visione dal basso e non, che abbiano il ruolo di proteggere tali conoscenze. Sicuramente è impegnativo scavare e riordinare tutti gli indizi sparsi per lo Spazio-tempo ma, come tutti questi simboli ribadiscono costantemente, è di importanza basilare radicarsi nella terra spingendosi verso il cielo.

Continuando col focus della Geometria Sacra e della tesi di Drunvalo Melchizedek è interessante notare un altro simbolo davvero affascinante.

Seme della vita in uovo della vita

Si tratta del seme della vita contenuto nell’uovo della vita e che rappresenta la creazione della vita e della morte. Il seme interno individuabile in quel piccolo fiore a sei petali e nelle sue emanazioni rappresenta un nocciolo simbolico fondante. In Sardegna lo ritroviamo di nuovo associato al Legno, sia intarsiato al centro della fronte delle maschere dei Boes di Ottana, sia nei frontoni delle cassapanche, delle culle e delle testiere da letto tradizionali.

Maschera Tradizionale Boe di Ottana.

Sicuramente fa riflettere il fatto che sul web si trovi con facilità l’immagine della sezione del DNA umano che immediatamente si può ricollegare a tale simbolo.

Tornando alla funzione del legno come materiale d’occultamento nella trasmissione d’informazioni, sappiamo che una teoria che dovrebbe spiegare il motivo per cui gli Antichi abitanti della Sardegna non ci hanno tramandato traccia scritta, potrebbe essere proprio quella che sostiene l’utilizzo di materiali deperibili per riti cultuali, istituzionali e di ordine sociale. Materiali come il pane, le foglie e appunto il legno o il sughero.

A questo proposito Raimondo de Muro, nel suo compendio de I racconti della Nuraghelogia, un insieme di Sei tomi pubblicati negli anni ’80 e introvabili nella sua originale stampa perché la Casa Editrice con sede a Roma andò bruciata in un incendio, diede alcune informazioni in tal senso, sostenendo che molte antiche conoscenze fossero condizione esclusiva di sardi iniziati all’armonia con la terra, con la natura e con gli elementi. Parliamo di un animismo profondo e di una fruizione e operazione del sacro in focus sciamanico. Ancora oggi, nel 2021, nonostante digitalizzazione e pandemia, una grossa e insospettabile fetta di popolazione autoctona sarda assume in sé e opera a vari livelli e scopi, conoscenze e riti millenari che coraggiosi esploratori tentano di inquadrare in termini di razionalità senza troppa soddisfazione né dell’esploratore né dell’autoctono che dimostra il suo sapere nella coscienza di non poterlo rendere razionale.

A proposito di razionalità, occultamenti coscienti e incoscienti, legno, alberi e saperi tradizionali antichi, merita attenzione più di tutto, la catastrofe che il Montiferru sta vivendo in questo fine Luglio isolano.

Nel momento in cui vi scrivo il Montiferru raccoglie 20mila ettari di cenere che prima erano boschi millenari, uliveti e vigne tradizionali, allevamenti di pecore, capre, cavalli e del grande bue rosso, mezzi, edifici abitativi e luoghi di cultura, ma soprattutto grandi monumenti alla natura come l’olivastro di ben 3 mila anni di Cuglieri, uno dei paesi maggiormente colpito.

Olivastro millenario di Cuglieri Prima e Dopo la tragedia.

Mentre scrivo alcuni tizzoni bruciano ancora e non ho alcuna intenzione di fare facile retorica o suscitare pietà. Come ha scritto il sindaco di Scano, Antonio Flore, un uomo che stimo e rispetto dai tempi in cui ho scelto di radicarmi profondamente, nel suo comunicato nel quale divulgava i riferimenti del suo Comune per le donazioni, sottolineando che non si tratta di elemosina o ricerca gratuità di pietà perché parliamo di uomini orgogliosi di ciò che sono e della loro forza di resistenza con fiducia totale nel loro lavoro.

Nei giorni attorno al 24 luglio punti chiave dell’identità sarda hanno subìto un attacco criminale e simultaneo con conseguenze devastanti soprattutto nel Montiferru.

Io non voglio entrare nei dettagli di ciò che penso realmente ma voglio dire che i Sardi devono smettere, a questo punto della Storia, di avere sempre e solo una visione interna delle criticità isolane anche quando queste sono antiche quanto l’uomo stesso, come nel caso specifico delle relazioni con l’elemento fuoco.

Questa mia breve analisi aveva lo scopo di sottolineare che la Sardegna ha sempre avuto un ruolo e una dimensione precisa e importante nella Storia del mondo e degli esseri umani. L’isola è una testimonianza del passaggio di tutte le civiltà perché come diceva il Grande Antropologo Placido Cherchi “La Sardegna e i Sardi problematicizzano l’esistenza”. Ne è facile conseguenza evidenziare che l’isola sia un “problema” non solo sardo ma dell’intera umanità perché l’intera umanità ha interesse ad avere profitto dalla posizione e dalla ricchezza presente su questa terra. Per profitto non si intenda sempre e solo il suo significato povero del termine ovvero profitto economico ma si intenda l’insieme di ciò che produce accrescimento. In questo senso quindi l’isola assume in sé tutte le forti spinte contrapposte che caratterizzano il Nuovo Millennio.

Cerchiamo di avere uno sguardo dall’alto e andare aldilà dei capri espiatori di piromani ultrasettantenni.

C’è qualcosa di più e qualcosa di peggio! Cercherò di lavorarci meglio in futuro su questo argomento, aspetterò che i tizzoni smettano di illuminare l’oscurità notturna del Montiferru e delle nostre menti.

In conclusione una nota d’ottimismo. Importanti botanici di ogni dove hanno speso parola per il monumentale olivastro di Cuglieri, in tutti i casi si son riportate note positive sul suo stato e sulla sua ripresa. Si son presi provvedimenti affinché la situazione non andasse peggiorando per quanto sembri impossibile esista del peggio.

D’altronde l’avevo detto che l’Albero è l’emblema della REsistenza in legno, terra, acqua, aria e ..fuoco.

Coi piedi al caldo

Jana Sa Koga

Slalom tra Sinonimi e Contrari.

Ed eccomi quì, ad Autunno inoltrato, senza aver dato a nessuno i doverosi auguri di buon anno a inizio Settembre, a dar spiegazioni, a me stessa e a tutti, sulla mia apparente non presenza scritta.

Dopo una brevissima e inconsistente pausa da Covid-Horror durante la prima fase dell’Estate isolana, continua imperterrito il clamore di ogni essere autodefinitosi senziente sul pianeta Terra in quest’ Annu ‘e su Strèsiu, come ormai mi piace definirlo.

La situazione attuale è questa: male non essere informati, peggio esserlo. Le menti sveglie e affamate di conoscenza che vorrebbero cogliere questa globale palla pandemica al balzo, si ritrovano nel limbo glaciale del doversi autodefinire nelle categorie emerse maggiormente in questo contesto.

Sono Complottista? Bè sì, lo son sempre stata. Da quando ero una bimba piccolissima e non mi tornavano i conti tra le mie sensazioni, la mia minuta logica e quella degli adulti. Presto avevo trovato conforto nel Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry promettendo a me stessa che da adulta non avrei dimenticato. Quindi se guardare il mondo con occhio profondo significa essere complottista: sì, lo sono. Se significa essere demente e paranoica: no, mi spiace, sono altro. Nè meglio, nè peggio, solo altro.

Sono Negazionista? Ammetto di negare molte sfumature di faccende cruciali della narrazione ufficiale che sia preistoirica, storica o attuale, ma non ho la tendenza a contrappormi cercando ciò che diverge. Piuttosto, cerco una struttura universale nella quale le dinamiche culturali umane si ripetano con esiti simbolicamente simili. Quindi dire no, che non è altro che il significato primo di negare, è un’azione che non nego affatto e se la legge della doppia negazione non è un’opinione, direi che sono un’affermativista. Una affermativista in evoluzione che, spinta dal dubbio e soddisfatta da buona logica, cerca di trovare affermazioni quanto più verosimili possibili.

Sono Stufa delle continue polarizzazioni indotte? Tremendamente!

E’ sempre più complesso esporre il proprio ponderato e personale pensiero su un qualsivoglia argomento senza rischiare di essere etichettati come qualcosa/non qualcosa piuttosto che qualcos’altro/non qualcos’altro. Etichette di un kitch baroccoccò con sfumature esilaranti di trash al tonno con puro olio extravergine di oliva fastidiosa. Insomma, un po’ come mangiare un pacchetto intero di Big Babol frizzanti alla fragola atomica con ripieno alla ciliegia spaziale. Il Water ne sarebbe davvero orgoglioso!

Ogni volta che apro bocca o pigio tasto o anche solo alzo il sopracciglio sinistro a palesare perplessità mi ritrovo con un lungo e affusolato indice puntato sopra la testa per misurare la temperatura della mia lunghezza d’onda globale.

Un’altra epidemia si insinua in modo inquietante: la Logorrea. Neanche il Water se ne rallegra.

Non posso permettermi neanche di avere la nausea perchè rischio di essere segnalata all’autorità sanitaria per sintomatologia sospetta, quindi meglio indossare l’abito della dissidenza mascherata con spruzzini disinfettanti e tappabuchi facciali.

S’Annu ‘e su Stresìu è caratterizzato da nuovi comportamenti e nuove visioni del mondo perchè credo che i Maya abbiano sbagliato di qualche anno nel loro computo calendariale oppure, semplicemente, la fantascienza anni ’80, nella quale son stata imbevuta sin dall’utero materno, mi ha fatto male.

Credo sia anche colpa del Duca Bianco e quella sua profusa consapevolezza di essere Thursday’s Child.

O forse la colpa grossa è quella di essere sarda e avere una genetica predisposta a leggere tra le righe sottili di quel limite tra autorità e autorevolezza. Chissà!

Francamente le colpe continuano ad accalcarsi nel mio piccolo grande cuore rinchiuso dietro una porta che, coi tempi che corrono, è chiusa a tre mandate.

In ogni caso, proprio non riesco ad autoconvinvermi che là fuori ci sia un brutto mondo e che debba sentirmi delusa dagli andazzi dell’umanità tutta.

Il distacco era una lezione basilare per poter vivere in questo pianeta e mi son ritrovata pronta ad affrontare un distacco empatico seppur distanziato fisicamente.

Ovviamente è una gran fatica schivare gli ostacoli di tante e tali categorie alle quali il mare eterico dell’Internet ci sta sempre più abituando, ma è un gran buon addestramento per anime e spiriti pronti al buon combattimento.

In fin dei conti questo distanziamento non è poi così male in linea generale. Alziamo la probabilità di non dover toccare con mano quell’altra sottovalutata sindrome umana qual è l’idiozia.

Quindi, stringi stringi, come fare a evitare il contatto rimanendo in collegamento profondo con Tutto?

Ovvio! Come fanno gli alberi: radici profonde, chiome scarmigliate, un po’ di onirismo e telepatia e infine sempre e solo acqua, aria, fuoco e terra.

Sorridendo a mille soli con dita a V

Marta

GiroGiroTondo

Casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra.

La forza di gravità è qualcosa di magnetico, attira sempre con forza animi, spiriti e corpi. Poco prima del solstizio la terra mi ha voluta con sè , mi ha chiamata a fare questo gioco in modo un po’ irruento. Lei conosce le insondabili vie della sapienza innata individuale e collettiva, così quando noi non cogliamo i segni o siamo ottusi nei nostri intenti, ci pensa lei a ricordarci ciò che è importante.

Oggi è la festa di San Giovanni, nella Tradizione popolare della mia Isola è giorno dedicato al trionfo della Luce solstiziale estiva, tributo alla Rossa Signora e a tutti i suoi doni a Madre Terra. E’ anche un giorno di socialità profonda in cui i legami vengono sigillati in riti particolari, attraverso il fuoco e attraverso particolari erbe, fiori e frutti. E’ anche un giorno magico, un portale speciale verso l’elementarità attraverso cui entrare in contatto coi mondi nascosti e con l’esistenza di altre dimensionalità.

Si dice che in un lontano passato i giorni del Solstizio estivo fossero dedicati ai riti di passaggio delle nuove generazioni. Ogni anno in questo periodo, ogni villaggio organizzava una grande festa dove certi computi di sole venivano sottoposti a celebrazioni particolari in base all’età. Nello specifico i 13enni e 17enni festeggiavano gli uni la conoscenza della propria maturazione sessuale e gli altri la manifestazione della propria volontà sessuale.

Si dice anche che fosse una settimana lunga e gonfia di divertimenti e giochi, di riti e di sonorità già allora antiche e identitarie. Si dice che tutto questo potrebbe assomigliare ai festeggiamenti a cui assistette Ulisse nell’isola dei Feaci. Si dice infine che si sia passati da un ruolo sacerdotale prettamente femminile a uno simbiotico di femminile e maschile e in ultimo luogo che la mascolinità dei Romani inondò ogni intento Ctonio dando assoluto rilievo all’Uranità del Metallo lavorato.

Ciò che è ctonio può essere nascosto agli occhi ma non al cuore, così i dna e i geni che per millenni furono sottoposti ai riti e addestrati al riconoscimento dei simboli e della liturgia iniziatica, hanno degli scossoni di reminiscenze coscienti sempre più evidenti.

Quest’ultima considerazione non è valida solo per ciò che concerne la mia isola, ma per tutti i popoli a società circolare che nell’arco dei millenni hanno lavorato sull’aspetto ctonio dell’esistenza fino al punto di divenire ctoni loro stessi. Essi sono il lato oscuro del giorno, i colori esacerbati del crepuscolo, il silenzio del bozzolo, l’umido della Caverna, la pace che muove le fronde degli alberi.

downloadEssi sono il labirinto, essi sono la porta.

Tutto torna.

JSK

L’Alchemico nella rete globale.

Oggi l’imbrunire profumava di tarda primavera:  la pioggia che in questi giorni ha nutrito la terra, ripulito gli occhi dalle lacrime amare e lubrificato i cuori dai grossi sassi cinici e oziosi, ha rinfrescato l’aria conquistandone l’essenza.

E’ in questi momenti che mi soffermo con maggior presenza a fare autosservazione o mi lascio andare al silenzio del buio dello spirito.

Il mese di Giugno nella mia lingua si chiama Lampadas che a uno sguardo molto superficiale sarebbe il plurale di lampada quindi il mese dei fuochi del solstizio estivo, ma ad uno più attento si noterebbe una “base etimologica esclusiva nel sumerico lam ‘far crescere riccamente’ + pad ‘rompere, fare a pezzetti; sminuzzare’ (nel senso di ‘trebbiare’): significa ‘trebbiatura della ricca crescita’. Infatti Làmpadas è il mese della trebbia dei cereali”.

Io continuo a pensare che scavare troppo la terra sia sbagliato, preferisco sempre le porte e i labirinti dato che esistono da che esiste la terra.

Mancano sempre meno spicchi alla luna nuova del solstizio della Rossa Signora e la macerazione dell’iperico sarà a metà percorso.

Rubedo d’olio in pezzettoni d’anima e mietitura in luna nuova: Un quadro tanto sintetico quanto emblematico della storia dell’anno 20 del XXI secolo, albore del nuovo Millennio.

Nel Mese della Febbre abbiamo reciso il cordone ombelicale con la realtà attraverso l’invisibile presenza di un piccolissimo essere straniero invasore e nemico della Patria Istituzione Sanitaria. Nel mese di Marte e del Marcio abbiamo messo a macerare le nostre petalose anime sbocciolamente primaverili nell’olio di lockdown con un pizzico di sal penale che trattenesse l’umidità pandemologica.

Durante la procedura d’inizializzazione al coloniavirus la colonna sonora d’intrattenimento è passata da tricolore a stelle e striscianti vocalizzi in salsa di foca da balcone.

Nel Mese che Apre e che indica il numero Quattro il cerchio si quadra rimestando la macerazione nel sal penale più sciolto ma sempre efficacemente depauperante d’umidità d’anima immersa totalmente nel vuoto della chiusura e della cesura. Ormai la procedura è al centro e alla nigredo della decomposizione della memoria e della spensieratezza si alterna l’albedo dei preservativi da viso e da mani.

Durante la procedura d’installazione della pandeminchia la colonna sonora arriva all’apice di rubedo con canti e assembramenti di Liberazione mentre droni e processori festeggiano la nascita dell’Anti App , figlia surrogata coreana, ma dal cuore a 5 stelle gialle su sfondo rosso.

Eccoci all’imbocco della Nuova Normalità filosofale.

Nel mese di Maia, la più bella delle Pleiadi, mese della Madonna, delle rose e degli asini, ma soprattutto della ripresa della Navigazione, tornano i Conti e si dichiara lo Stato di Distanziamento fino a perfetta colatura dell’olio. Almeno finchè non ci si procura un’iniezione di filtri portentosi e sinuose bottigliette scure che chiudano ermeticamente. Finalmente si può iniziare a toccare con mani il lavoro, mani che si congiungono, da buoni congiunti, risaputamente ignari su ciò che faccia l’una mentre lo fa anche l’altra.

Colonna Sonora aurea è l’inno al distanziamento , incitazione al dissenso da dissidenza per informazione alternativa. La Giustizia terrena trema, le App di pubblica piazza vociferano, i ministeri negano e le mamme sono ufficialmente nominate insegnanti.

Durante questa fase di gruppo, ci si sfida a giochi mnemonici basati sul dimenticare volontariamente i ricordi legati alla felicità esaltando il gusto della colpevolezza aurea. Le app e i droni lasciano spazio alle divise sporche di lavanderia, alla caccia al complottista veritiero e alle dinamiche cultuali globalizzate.

Arriva il mese della Mietitura e l’uroboro inghiottisce quel pezzettin del suo codin mentre la giostra si ferma. Nuovo giro, Nuova corsa.

L’olio di pandeminchia è pronto, ma lo è anche l’olio della Nuova Era.

In fondo la procedura non è affatto male. Grazie Sauron, alla prossima facciamo il pane?

 

A mellu’ biri

SaKoga de Sa Serra de Sarcidanu.

 

 

 

 

 

 

Sardegna Laboratorio: la consapevolezza.

L’analisi delle dinamiche interne all’isola di Sardegna come teatro di sperimentazione di vario livello e relativa a vari elementi disciplinari, è un approccio, seppur apparentemente collocabile alla schiera delle mere teorie cospirazioniste, non nuovo e facilmente rilevabile dalla Stampa locale e dalla rete comunicativa istituzionale.

La parola chiave Sperimentazione è impiegata in largo uso soprattutto per quanto riguarda l’apparato militare, infatti è di dominio pubblico che l’isola abbia il primato di Servitù militari per estensione territoriale e numero che è il più alto in tutta Europa con ben 4 Poligoni di cui uno, il PISQ , che potrebbe senza vergogna portare quel termine ben visibile nell’acronimo: Poligono Interforze (Sperimentale) del Salto di Quirra. Tali sperimentazioni militari hanno dimostrato avere conseguenze nefaste sulla terra e i suoi abitanti (cfr. studi della dottoressa Antonietta Gatti) con reportage giornalistici (sul web è zeppo di lavori seri e ben fatti) e inchieste parlamentari (nello specifico Mauro Pili, gruppo misto) che hanno evidenziato il Dolo istituzionale. Su questa piega eticamente, se non condannabile, alquanto dubbia, vi è anche la questione strettamente ricollegabile alla sperimentazione delle nuove tecnologie.

Si potrebbe fare una parentesi sui dubbi di molti Comitati dal basso per l’utilizzo occulto di geoingegneria (le cosiddette innominabili scie chimiche) ma lasciandola sullo sfondo del dubbio, per insufficienza di prove e non attendibilità mediatica, insieme alla più plateale sperimentazione dei nuovi sistemi digitali delle trasmissioni di telecomunicazione di massa (digitale terrestre annessi e connessi), ci focalizziamo sulla Sperimentazione della tecnologia 5G. Quest’ultima in Sardegna non è stata evidenziata a sufficenza dai canali di Stampa Italiana perchè accordata con Huawei a Pula e nell’area metropolitana di Cagliari, mentre avviata dal MISE in accordo con Fastweb per alcuni piccoli territori interni arbitrariamente selezionati. I dubbi per le conseguenze negative sulle persone e sull’ambiente di tali sperimentazioni sono stati ampiamente analizzati dai Medici ISDE regionali e nazionali in varie conferenze, una delle quali con dibattito, controparte e attraverso promozione da parte dell’Ordine dei Giornalisti della Sardegna e l’Associazione della Stampa Sarda in data 3 Marzo 2020 a Cagliari. In prima linea in ambito di discussioni etiche sulle sperimentazioni scientifiche è la Dott.ssa Claudia Zuncheddu, medico di base, responsabile ISDE di Cagliari e Sud Sardegna, portavoce dei Comitati della Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica nonché Rappresentante politico del Movimento SardignaLibera con un passato politico come consigliere comunale e regionale.

Sempre a proposito di sperimentazioni, in chiave politica, bisogna sottolineare il ruolo del Governo Autonomo Sardo odierno. Il suo rappresentante Christian Solinas ha spesso cavalcato le scene mediatiche sarde con le sue scelte molto perentorie: in primis con la scelta di zittire i medici sardi parte attiva dell’organigramma Sanitario Sardo con un’ordinanza che impone il divieto a questi ultimi di rilasciare dichiarazioni ai giornalisti e inoltre con sponsorizzazione, in ordine sparso, di strumenti per la tutela/controllo dei cittadini. Iniziative come quella dell’utilizzo degli operatori telefonici per verificare gli spostamenti , creazione di App per la localizzazione e l’utilizzo dei Droni, dando adito a una colpevolizzazione del singolo cittadino, resa concreta ad es. con la Cartellonistica accusatoria del comune di Cagliari, che non trova verifica nei numeri dei Contagi. Infatti attorno alla metà di Aprile, in pieno lockdown, l’andamento del contagio evidenzia percentuali che toccano in alcuni luoghi il 69% per il personale sanitario e solo il 7% totale fuori da strutture sanitarie. In questo senso non erano giustificabili i giri di vite così oppressivi delle varie ordinanze regionali nelle quali si prorogavano la chiusura totale delle attività senza eccezione alcuna e si obbligava all’uso dei dispositivi di protezione per tutta la popolazione.

Alla luce di quanto premesso, non ci hanno affatto sorpreso le parole riportate dall’articolo della Nuova Sardegna (08 Aprile scorso) del noto virologo-divulgatore Roberto Burioni che ha commentato positivamente l’idea del collega Pietro Crisanti dell’Università di Padova di fare dell’isola un laboratorio in vista della fase 2. Burioni non vede controindicazioni e neppure rischi in una scelta che farebbe dell’isola un battistrada scientifico nella lotta per la pandemia sottolineando che il monitoraggio può essere reso preciso e rigoroso dall’utilizzo della tecnologia. Anche il loro collega Fabrizio Pregliasco concorda e parla di riapertura graduale attraverso il monitoraggio e auspicando una collaborazione da parte dei cittadini. Giuseppe Ippolito direttore scientifico dello Spallanzani, non ha invece voluto rilasciare dichiarazioni sull’idea di Crisanti insinuando a una provocazione nel sol sentirlo nominare.

Quest’articolo, più altri successivi sempre della Nuova Sardegna hanno gettato nello sconforto molta parte della popolazione perché se da un lato si inneggiava a una Sardegna Covid free dall’altra minacciava subdole prevaricazioni sulle libertà individuali dei cittadini in una terra che è già di per sé molto complessa e impegnativa. Gli ultimi andazzi della fase2 aprono scenari preoccupanti per quanto riguarda i nuovi assetti economici mondiali , ma anche politici sia mediterranei che europei che d’oltreoceano.

La nuova frontiera è una Sardegna baluardo mondiale del covid free. Solinas ha portato avanti un gioco poco corretto da un punto di vista ideologico del suo partito, in una danza di forza tra autonomia non proprio autonoma e governo centrale molto autoreferenziale. A colpi di ordinanze e DPCM in un caleidoscopico cartaceo focalizzarsi dal micro comunale al macro dell’OMS in salsa di soia globalista.

Ultima trovata della RaS è il passaporto sanitario che attesti la negatività virale per turisti ed emigrati che arrivano dal continente oltre che la sempre presente minaccia dell’utilizzo dell’App per il monitoraggio dei contatti e degli spostamenti.

Nelle ultime conferenze stampa abbiamo visto un Solinas sorridente e coi capelli curati che ricordava a tutti che la fase2 non è un “liberi tutti” espressione che personalmente trovo emblematica di una comunicazione globale in questo periodo storico.

Stavamo giocando a nascondino? Sì.

Siamo bambini che giocano ignari e inconsapevoli? Soprattutto!

Conta solo chi conta.

Dicono che bisogna stare attenti, che il virus non va in vacanza, che chi protesta è pericoloso, che ci son gli asintomatici untori, che chi usa un megafono per parlare a tutti di persona sia pazzo, che la Scienza non sia democratica, che bisogna usare le mascherine-museruola, che i culturalmente deboli debbano accettare i TSO, che i bambini non debbano socializzare, che un onorevole è tale solo se allineato altrimenti è un complottista. Dicono che sia un nuovo inizio, una nuova normalità, che non dobbiamo fare l’amore ma solo fisiologico sesso, che se amiamo l’Italia dobbiamo stare distanti (per fortuna sono sarda), che la terra l’abbiamo rovinata noi piccoli perchè troppi.

Dicono che insieme si può fare tutto e poi ci dividono. Vecchi da bambini, madri da figli, mariti da mogli, vicini di casa, parenti e amici di qualunque forma e colore.

Benvenuti nell’era del distanziamento.

S’annu ‘e su Strèsiu, 2020.

battileddu

Tutto molto interessante, caro Continente e caro Mondo.

Intanto in Sardegna la vita quotidiana prosegue lenta, i paesini dell’interno vivono faide e omicidi.

I pastori mungono per pochi centesimi, si arrangiano come possono, parlano sardo e bevono vino. Le mamme fanno dolci e si commuovono al pensiero del prossimo ballo sardo in piazza. I poeti poetano, i cantatori cantano, gli artisti si esprimono. I giovani fuggono per boschi e per mare per andare a fare l’amore. Gli anziani notano i collegamenti tra passato e presente. Le Janas collegano terra e cielo, le Kogas danzano sotto le stelle, matzamurreddus e dimonieddus rubacchiano e rompono stoviglie. Gli animali e la terra esplodono di bellezza.

Solo uno schermo ci illude della vicinanza, ci lancia in una terra senza mar mediterraneo dove i nuraghi sono antenne 5G e su mucadore sulla testa è un burka, sa berritta è un cappello con visiera e distintivi fiammeggianti, sa leppa è uno smartphone e sa mandàda è un cuore via chat. Non cambia mai un menhir, potete tornarci tutti nelle domus de is janas al grido di chi si covid !

La Struttura, cara Piramide, quella non la puoi distruggere.

Il popolo sardo si rifunzionalizza da millenni e vi abbiamo invaso il pianeta col nostro sangue. L’emigrazione ha sparso l’aplogruppo in tutto il pianeta, siamo ovunque e il richiamo a casa è forte.

Beato il povero perché la sua unica preoccupazione è vivere. Triste e misero il ricco che non può mai star tranquillo.

SALVATEVI.

Con riso molto sardonico.

Marta, JanaSaKoga.

Obrèscit

Scàllan’

sa peddi

i lagrima’

de oru.

Su coru

no iscì

is peis

ammoddiant

i xinugu’

tzicchirriant

c’ammancant

i di’

po iscì.

Tandus

obrèscit

e tòrra’

su sullidu. Sciolgono

la pelle

le lacrime

d’oro.

Il cuore

non sa

i piedi

intorpidiscono

le ginocchia

scricchiolano

perchè mancano

i giorni

per sapere.

Allora

albeggia

e sale

un sospiro.

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JanaSaKoga

Prugadoriu

 

Parlando d’Autunno e di feste autunnali è quasi impossibile non andare a toccare tempi antichi e popoli semplici, quando gli uomini ormai stanziali iniziarono a creare un rapporto stabile con la terra, il cielo e le sue ciclicità. Nella stanzialità, la ricerca delle risorse passa in secondo piano all’interno della comunità e inizia a prendere avvio una visione della sopravvivenza legata alla ritualità lavorativa che assume connotazioni di sacralità. In questo senso la divisione annuale del lavoro agricolo e pastorale è scandita dai ritmi della natura per cui anche le feste saranno intese come momenti di pausa e celebrazione di una buona continuità produttiva.

Al giorno d’oggi la ricerca delle risorse è molto cambiata: la nascita di un sistema di commercio globale ha portato la proliferazione di grosse influenze culturali di tutto il pianeta. A grandi delocalizzazioni industriali corrispondono grandi contaminazioni etnologiche, questo è ormai un dato di fatto, soprattutto se consideriamo l’utilizzo massiccio del Web come sistema di comunicazione planetario nelle sue manifestazioni social.

Alla luce di questa premessa, è spontaneo analizzare alcuni fenomeni festivi massificati come emblemi di un mondo impregnato di logiche in chiave consumo/profitto, ma senza trascurare il lato emotivo-popolare sul quale si fonda.

Nel nostro caso specifico, attraverso l’ultimo approccio citato, parlare di Halloween o parlare di Prugadòriu assume una differenza sostanziale solo nella localizzazione. Il primo individuerà nel non-luogo globale moderno la sua collocazione immediata, ma uno sguardo più attento sull’etimologia del suo nome ci riporterà a un’isola a grande tradizione pastorale, qual è l’Irlanda, che ci farà collegare immediatamente i festeggiamenti al nostro isolano Prugadòriu.

Infatti entrambe le festività hanno avuto origine da quelle pause dai ritmi naturali: il mezzo autunno rappresenta il momento del rientro dei pastori a casa dalla transumanza e anche il momento della semina dei contadini.

Prima della nascita di Cristo la visione dell’esistenza aveva scarne argomentazioni da un punto di vista spirituale e le festività erano legate a una reazione istintuale agli elementi, una visione simbolica semplice e spontanea. In questa visione la simbologia del ritorno a casa del pastore e del grano che viene seppellito per rinascere, troverà una giusta collocazione attraverso la dottrina cristiana che rifunzionalizzerà tale pausa nella celebrazione di Ognissanti (Halloween è la forma contratta di All Hallow Even “vigilia di tutti i santi”) e nella Commemorazione dei Defunti (Prugadoriu, Mortu Mortu, Is Animeddas son chiari riferimenti alla dedizione dei sardi al supporto per il suffragio delle anime dei defunti).

Degna di nota è la funzione della questua ritualizzata dai bambini travestiti da esseri palesemente non appartenente a questo piano fisico. Essi incarnano per una sera l’alterità delle anime dei defunti alle quali dimostrare la propria vicinanza materiale e spirituale. Rappresentano, inoltre, simbolicamente, un sincretismo della semplicità agropastorale quando assumono sembianze spaventose con lo scopo di allontanare le anime che provano risentimento coi vivi.

Noi esseri umani moderni, figli della tecnica e della comunicazione di massa, dovremmo aborrire entrambe le visioni perchè affatto razionali, ma superstiziose. Invece, le dinamiche della festa e della comunità, soprattutto quando cristiana, si affrancano dall’etichetta e puntano all’anima.

Prugadòriu è stasi a tutti i livelli, ma è una stasi che trasforma e che purifica e permette la resurrezione. Cosi il grano e così la pecora nella loro ciclicità che nutre e sostiene.

Così l’umano perchè così Cristo.

 

P.S. Non sono in ritardo, quest’anno ero in perfetta sincronia con Prugadoriu. Sopra riporto un mio intervento in occasione di questi festeggiamenti.

A is animas!

Jana

 

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Ombrosu

L’Autunno è arrivato stabilmente, carico di frizzante aria, profumi intensi e cieli particolarmente attraenti e fascinosi. Come ogni autunno che si rispetti da quando son uscita a zonzo su questa terra, trasogno beatamente in questo mondo chiaroscuro e denso che riveste aderentemente ogni strato percettivo del mio essere. Lo stato di coscienza crepuscolare mi accompagna elegantemente, come fosse un elegante cavaliere medievale al centro di una grande sala in una danza di corde e flauti.

Ma è nella nera notte che la dolcezza della penombra interiore si fa più intensa portandomi in luoghi onirici reali.

Fosse un vino sarebbe Buio: gusto epico, sapore glorioso.

 

 

Manu tèndia

coru tentu

lugòri a is orus.

Luna in manus

follas siccas.

Siccàda sa luxi

pibioni ammurau

venas ligoràdas.

Entu estu sullat

ca in pittùrras artziat.

Ogus cara a cara.

Tremi tremi

s’arregòdu.

 

Mano tesa

cuore stretto

chiarore agli orli.

Stretto al cuore

luna tra le mani

foglie secche.

Seccata la luce

grumo viola

vene livide.

Vento da est soffia

nel petto sale.

Occhi faccia a faccia.

Trema trema

il ricordo.

 

Jana Sa Koga

 

 

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Fuoco dal cielo+fuoco nella terra=riso sardonico.

Popolo della terra, salute a voi!

Vengo in pace dal pianeta Marte, me l’ha detto l’unicef che devo dire così e soprattutto so che la mia pelle verde va di moda!

Sarcasmo a parte, lungi dai miei alter ego poetici scrivere ancora la loro fantacyberparistoria, volevo parlarvi di quanto mi piace ridermela ultimamente.

Me la rido di gusto perché in Sardegna dicono che non ci sia la mafia e poi abbiamo un’ente della gestione dell’acqua che..cazzboh.

Me la rido perché Selfini, il celta imbruttito, manda notizie a noi alieni Srd di questo tipo: “il Senato della Repubblica ha preso atto della deliberazione con la quale il gruppo parlamentare Lega-Salvini Premier ha modificato la propria denominazione aggiungendo, appunto, la dicitura Partito Sardo d’Azione.”(cit. Ugnione 31 Luglio ocannu) , però non ci viene neanche a fare campagna elettorale da noi, tanto quei 4 gatti e 8 pecore son come i Nuraghi: di lì non si spostano (imperdaus in francese).

Me la rido perché, poi, quando il governo dal colore della stoppia di Maggio, ha strampato a terra che neanche i Buoi di Sant’Efisio di quest’anno, le cui onomatopee di riferimento ricordano molto uno splash interruptus, il nostro ben piazzato governatore si sollevava la berritta a guardare male i vassalli padani al grido di “maccheccatz, me l’avevate promesso!”. Meno male che con pacche sulle spalle ha sollevato il morale ai deputati che volevano mettere le natiche nella verde e nostrana salamoia pubblica. Io ero molto preoccupata che non si facessero le vacanze, povere creature! Mica stavo pensando ai soldi che ci devono..da buona sarda ho pensato che l’importante fosse non dovere io a nessuno! Che lo Stato Italiano mi deve abbassare la faccia quando mi vede perché “La ca tui mi depis!”.

Me la rido perché il succitato Celta, mentre faceva le sue dichiarazioni sulla sfiducia in parlamento aveva in sovrimpressione la scritta “psd’az” bella nera e tirata a lucido come fosse stata sbaciucciata con passione dal medesimo (eeeess, manco fosse un santo rosario!).

Me la rido perché dopo che il sempre onnipresente Celta suddetto ha cavalcato l’onda di latte buttato piazzandosi allegramente i suoi due vassalli in consiglio regionale, ha subito fatto punire i pastori troppo esuberanti per blocco stradale. Siccome lo chiamano Romano, ma è sardo il pecorino (cit. Mungo contento) in preda alla matacui c’è stata una nuova improvvisa epidemia di macchine esplosive. Brutta malattia quella, i più a rischio di contagio son le istituzioni di vario livello. Vaccinenziagite!

Me la rido anche per gli incendi che quest’anno sono in netto calo nell’isola, ma dall’anno scorso (per ridere ho dovuto mangiarmi molte lumache alluadas) sono raddoppiati nel numero. Cosa sarà? Autocombustione? Sant’Incendiu prega po nosu e po sa Siberia (ah no, s’Amatzonia) intrea!

Me la rido perché è uscito un articolo sull’Ugnione che azzannava così forte l’Accademia sarda da paventare un’apocalisse zombie, ma che nessuno ha cagato di striscio tranne qualche Quattromoro, Capovolto, Bronzetto,Gigante di Monti Prama, Janas e Kogas estemporanei. Ma già arrivano gli Angela dal cielo che vi divulgano tutti a scoppio consecutivamente! (cit. Potubecciu)

Me la rido perché sulle coste i giovani fanno gli splendidi cremini fior di lardo sciolti al vento africano, ma si leccano le lacrime del disagio dell’orda cannibale turistica de luxe. Ma il problema è il tronista tutto chiacchiere e social net che osa parlar male del fiero e sacro popolo sardo! Meno male che ci difende la tizia dal cognome sardo quanto su casu mratzu all’ananas, ma che ne sa a bomba perché è influencer super top up mega follower inside forever the best in the world. (Minca a boso! Cit. Paràda de sa festa de mesaustu in bidda)

Me la rido perché tutti a naso per aria a guardare la meteora che ha illuminato il cielo nella notte del dopo mezzagosto, ma nessuno a sentire un inquietante brivido nella schiena preRagnarok. Ma soprattutto: Guardare il cielo di giorno quando sfrecciano gli uccelli di ferro della NATO? E notare la differenza tra le nuvole vere e le imitazioni? A su sardu d’intrat in culu e in conca nono (cit.) Milla mì la complottara sibaritica catafratta turbostrega post annu doxi!

Me la rido perché son tutti in ansia per la nube tossica dell’intoppo in Kulonia Arkangelica di Putin e nessuno (tranne te, Pili-il Putin Sardo) a scandalizzarsi del fatto che abbiamo il santissimo ano sardo imbottito di merda esplosiva degli amerikanos (a balla chi bos bokene, amen), ma in effetti se abbiamo tutti lo stesso cognome, eh cazzboh!

Me la rido perché ridere è come piangere e noi, che ci piaccia o meno, passiamo sulla terra leggeri come l’acqua di un torrente antico. Tra un ballu tundu, una murra, una canzone d’amore e una di guerra, vino buono, abbardente e la luna che Zucca ci ha regalato grazie all’intercessione di Benedetto Urgu I di Barbagia, inneggiamo all’Antica Filosofia del Chisicoddinti.

Con grezzitudine profonda e biddunculismo espansivo

SaKoga

P.S. Ma quant’è bello il cielo sul finire di questa calda e pazza estate?

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C’era un’altra volta..

..in un piccolo grande pianeta sulla cintura di Orione, un giovanissima e grande Demone con la pelle blu elettrico e gli occhi color della mora del gelso. Non è facile definire la cronologia della sua esistenza, in quel pianeta e in tutti i pianeti che rientravano sotto la gestione della Federazione Galattica della Luce il tempo non poteva scorrere perchè tecnicamente non esisteva. Non poteva certamente esistere secondo dinamiche tipiche di pianeti appena evoluti come Gaja, ma esisteva nel senso più consapevole del termine.

La nostra giovanissima Demone, in questo senso, poteva avere qualche millennio, qualche ora o un’età definibile in eoni. Se volessimo definirla in un’era, sarebbe l’era intermedia tra l’albero e la pietra: l’era dell’Albero di Pietra.

Cercando di definire i contorni della sua identità cercheremo di empatizzarci con essa raccontando la sua storia.

Nacque al principio del Ritorno del Buio mentre tra i Pianeti della Federazione imperversava la Tempesta delle due Razze. La Federazione Galattica si decise a difendere le Pleiadi totalmente felinoide contrastando Orione e i suoi oscuri rettiloidi. Il pianeta nel quale ci troviamo non si schierò mai col potere Orionico perchè, nonostante fossero di razza rettiloide, gli abitanti si erano evoluti al passo col loro pianeta raggiungendo gran parte dei principi armonici necessari a far parte della Federazione. Alnilam, la stella centrale della cintura aveva lavorato sodo per essere al passo con il cosmo e così i suoi abitanti che non avevano risentimento alcuno nell’essere chiamati Demoni, fieri della loro origine e discendenza, ma soprattutto del compito svolto.  In essa convivevano specie tra le più svariate: clan Croco e Alliga, clan Tetzudo e Tartudo, clan Trito e Salaman, clan Anuri e Amati, i più antichi e saggi e membri del Consiglio Stellare decisero di ridurre ai minimi termini i contatti con le altre due stelle della Cintura, abitate e governate da Dinoidi, Sauroidi e Ofidoidi.

In questo contesto nasce Sakoga, figlia dell’incontro fortuito tra sua madre Almak, figlia di Erkis, figlio di Sobku del Clan Croco e suo padre Ingus, figlio di Masu, figlio di Nankas del Clan Corgen del pianeta Iova della Federazione pleiadiana.  Fu Ingus a scegliere il nome perchè così lo chiamavano su Dryope i suoi fratelli di viaggio che nella sfumatura Ioviano-pleiadiana significava “Lo spazio protetto dell’autorevolezza della parola” riassumendo la sua grande capacità nell’utilizzo dei suoni per modificare la realtà in ogni frangente, anche in quelli più pericolosi. Almak adorava quel nome e sperava che la creatura che l’avrebbe succeduta lo ereditasse perchè la sfaccettatura di significato per il suo popolo era molto onorevole. “Ciò che apre tutte le porte della padronanza sul corpo fisico” era un significato ambizioso, quasi presuntuoso ma sicuramente ben metteva in risalto il grande lavoro evolutivo delle Stirpi di Alnilam.

Sakoga nasce durante il buio, di nascosto, mentre tuona la Tempesta Razziale. Unica luce la sua, violetto iridiscente e la levatrice intergalattica Znaeva si compiace dell’aver assistito alla sua nascita profetizzando peripezie e mettendo tutti in guardia sulla manifestazione di creature di razze ibride: Sakoga, l’androgino mezzo rettile e mezzo felino, incarnava in sè le contraddizioni della Tempesta e la necessità del Combattimento. Gli InfraMondi e gli UltraMondi sussultarono senza clamore.

Inizia una nuova Era.

 

(continua..)